Lavagnone ad Alba

Posta a 3 chilometri da Desenzano del Garda, località archeologicamente nota anche per la presenza di un’importante villa romana i cui resti sono ancora apprezzabili, sorge la conca lacustre del Lavagnone delimitata da alcune colline moreniche. segnake

In età postglaciale il lago occupava tutta l’area ma, progressivamente, la sua superficie si è ristretta fortemente, fino a scomparire.

Ma quando arrivarono gli esseri umani in quest’area?

Dagli scavi sappiamo che il sito era già frequentato durante il Mesolitico e il Neolitico ma la fase cronologica che conosciamo meglio è quella dell’età del bronzo. 

Infatti, in questo periodo quest’area lacustre era sede di un villaggio di cui sono stati trovati resti di numerose capanne: le più antiche si rifanno al 2100 a.C, le più recenti al 1300 a.C ed erano costruite con materiali deperibili come il legno e la paglia. Le comunità di allora si adattarono a questo singolare ambiente costruendo edifici come le palafitte, al centro del bacino, in maniera tale da poter sfruttare le ricchezze ittiche che ancora oggi costituiscono un’attività importante per le persone che abitano in quella zona. Il villaggio aveva inoltre anche una palizzata in legno che, se da un lato difendeva il villaggio, dall’altro costituiva un confine, un limite chiaro ben percepibile per quelle famiglie che abitavano il villaggio 3500.

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Figura 1: ricostruzione delle capanne di età del bronzo presso il parco archeologico della Terramara di Montale

Per rendersi conto di come dovevano apparire queste capanne dell’età del bronzo possiamo spostare il nostro sguardo sulla figura 1 in cui si può ammirare una ricostruzione realizzata con attenzione scientifica, presso il Parco archeologico della Terramara di Montale. Se invece ci si vuole rendere conto di come doveva essere una capanna neolitica, nella sezione preistorica del museo civico “Federico Eusebio” di Alba troverete qualche risposta alle vostre domande.

Il sito dell’età del bronzo del Lavagnone è particolarmente famoso per il fatto che, negli anni ’70, gli archeologi qui ritrovarono un aratro in legno: insieme ad un altro esempio rinvenuto in Sassonia, si rivelò essere l’aratro in legno più antico che è sopravvissuto fino ai nostri giorni, datato tra il 2010 e il 2008 a.C grazie alla dendocronologia.

La domanda che sorge spontanea è: come ha fatto questo aratro così antico in legno a sopravvivere fino ai giorni nostri?

La risposta a questo plausibile interrogativo è relativamente semplice: il fragile reperto fu rinvenuto in una torba. Ovvero, in un terreno di colore scuro conservatosi in un ambiente con un elevato tasso di umidità, con poco ossigeno e pochi batteri: tali terreni – qui come in altre zone – consentono la conservazione di oggetti composti in materiali organici, come l’aratro di Lavagnone.

Lavagnone

Figura 2: l’area del Lavagnone, oggi, vista dall’alto. (Immagine ricavata con Google Earth)

 

L’aspetto originario di questo aratro, il modo in cui era stato costruito, le parti che lo componevano, le sue modalità di funzionamento, i terreni in cui veniva usato… Sono solo alcune delle domande a cui troverete risposta assistendo al video che, dal 23 maggio, costituirà il preambolo della mostra “A tavola con gli antichi” che potrete visitare nella seconda sala del museo civico Federico Eusebio di Alba e che costituirà la tappa finale di alcuni dei tours di Alba Sotterranea. 

 

 

Per chi fosse interessato ad approfondire si consiglia il libro “Studi sull’abitato dell’Età del Bronzo del Lavagnone, Desenzano del Garda“, scritto da vari autori come De Marinis, Griggs e Kunihom

 

 

 

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