I profumi nell’antica Roma.

“…quando l’annuserai chiederai agli dei, o Fabullo, di farti tutto naso…”

(Catullo, carme XIII)

Grande era la passione dei Romani per i profumi, tanto grande da costringere l’imperatore Tiberio in persona a lamentarsi pubblicamente in senato  dell’enorme spesa, ben 100 milioni di sesterzi, che il suo popolo affrontava ogni anno per soddisfare il crescente desiderio di essere circondato da preziose note aromatiche ed esotiche fragranze.

L’uso del profumo come cosmetico, quindi con la funzione di abbellire ed impreziosire il corpo, è un’abitudine che nasce intorno al II- I secolo a.C., quando Roma conquista il Mediterraneo e incontra nuove culture, in particolar modo quella greco-orientale che lascerà un segno indelebile nei costumi e nella società romana. Fino al momento della conquista della Grecia e dell’Egitto, infatti, l’uso del profumo era limitato alla sua funzione sacrale, peraltro importantissima, come ci testimonia l’etimo della parola stessa: per fumum, cioè attraverso il fumo, mezzo privilegiato per mettersi in contatto con gli dei. E non è un caso che siano proprio gli dei, per primi, a regalare agli uomini unguenti profumati: narra  il mito che Afrodite consegnò a Faone la prima boccetta di profumo, per ringraziarlo di averla traghettata sulla sua imbarcazione senza voler nulla in cambio.

Come detto prima, la svolta si ha fra il II e il I secolo a.C. quando Roma allarga i suoi confini e la cultura greco-ortientale si diffonde. Le porte di Roma si aprono al dilagare di un lusso sfrenato che vede come protagonista principale, fra gioielli e stoffe preziose, proprio il profumo.

La produzione di profumi nell’antichità.

Fondamentali per lo studio della produzione dei profumi nell’antichità sono due opere che ci giungono dal mondo antico: “Sugli odori” di Teofrasto di Ereso (IV secolo a.C.) e  la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio  (I secolo d.C.).  In entrambi i testi vengono analizzate le varie tipologie di essenze odorose, che possono essere ricavate da fiori, cortecce o resine, e le tecniche per la produzione degli unguenti profumati.

Due sono gli elementi fondamentali per la preparazione del profumo: il succo e l’essenza. Il primo consiste nei vari tipi di olii dentro cui viene fatto macerare il secondo elemento, gli odori appunto.  Bisogna prestare attenzione al verbo macerare perchè è il termine che ci permette di capire come dovevano essere fatti i profumi antichi: gli unguentarii (gli antichi profumieri) non conoscevano la distillazione, che verrà introdotta in Europa per mano degli Arabi solo nel 1100 d.C. Di conseguenza, una matrona romana non avrebbe mai potuto spruzzare il suo profumo preferito, come facciamo noi oggi,  ma avrebbe aperto una pisside per estrarre una crema profumata con cui spalmare il proprio corpo.  Infatti, i profumi romani avevano una consistenza solida oppure oleosa, ma non erano mai liquidi. Per ottenere un profumo, dunque, era necessario utilizzare una base grassa che poteva essere strutto oppure cera d’api per i profumi meno pregiati, magari prodotti in casa, mentre per i profumi più ricercati ed eleganti si utillizavano vari olii quale quello di oliva, di mandorle amare o di sesamo. Una vera e propria rivoluzione tecnologica si ha quando gli olii vengono sostituiti dagli omphacia, i succhi acerbi derivanti dalle olive verdi o dall’uva non ancora matura: in tal modo si ottiene una base depurata da ogni residuo grasso, sottilissima e lieve, adatta ad ogni tipo di essenza profumata. Per ottenere l’omphacium si utillava una macina particolare chiamata trapetum che riduceva i frutti in una poltiglia oleosa. In un  secondo momento il ricavato veniva spremuto in un torcular, un torchio, grazie al quale si otteneva un olio sempre più raffinato.

Il passo successivo per ottenere il profumo era proprio la macerazione, a freddo o a caldo, delle spezie nell’olio attraverso la quale il liquido si impregna di odore. Ci ricorda Teofrasto che per ottenere profumazioni complesse e particolari bisogna prestare notevole attenzione alle quantità e alla successione con cui le essenze vengono fatte macerare: prima si fanno ammollare gli aromi meno intesi, infine si aggiunge l’ingrediente del quale si desidera che il profumo persista più a lungo.  E per conservare l’essenza profumata Plinio ci consiglia di aggiungere una manciata di sale e di riporre l’unguento in vasi di alabastro scuri per proteggerli dalla luce.

Le essenze profumate.

Infinito è l’elenco che Plinio ci fa delle sostanze usate nella fabbricazione dei profumi delle quali indica la provenienza, le parti usate, quale profumo si può ottenere e da quali miti esse siano contrassegnate. Scopriamo così che la cannella arriva dall’Etiopia e che per procurarsela bisogna arrampicarsi su rupi inaccessibili e rubarla dai nidi costruiti con essa dalla Fenice (con un po’ di malizia, Plinio ci fa notare che queste sono solo leggende per aumentarne il prezzo…).

Tanti sono gli odori e tanti sono i profumi che da essi si ottengono. E anche a questo proposito Plinio ci regala un lungo elenco dei profumi più in voga ai suoi tempi e leggendo i nomi delle essenze che si susseguono l’uno dopo l’altro ci rendiamo conto di quanto l’industria profumiera si fosse sviluppata in fantasia e capacità: basta ricordare gli ingredienti del Regale unguentum composto da mirolabano, costo, amomo, cinnamomo, cardamomo, nardo, maro, mirra, cannella, storace, ladano, opobalsamo, calamo aromatico, giunco, enante, malobatro, sericato, henna, aspalato, zafferano, cipero, maggiorana, loto, miele, vino.

Ma anche personaggi illustri si cimentarono nella produzione di olii profumati e fra questi spicca la bella Cleopatra che compilava scrupolosamente con osservazioni e ricette nuove il suo quaderno conosciuto come “Cleopatra gyneciarum libri” fra le cui pagine era probabilmente conservata la ricetta del Susinum, un profumo a base di giglio molto apprezzato dalla regina.

Sappiamo che anche i grandi condottieri romani non disdegnavano i profumi: Cesare era solito avvolgersi nelle note del Telinum, un unguento a base di meliloto, fieno greco e maggiorana. E quando gli imperatori davano banchetto non badavano a spese per profumare l’ambiente, anche esagerando, se è vero, come ci tramandano gli antichi, che uno sfortunato ospite di Nerone morì asfissiato.

I contenitori.

Parlando di profumi non si può evitare di parlare anche  dei contenitori dentro i quali essi erano conservati. Infatti, parallelamente all’industria profumiera si sviluppa l’industria vetriaria che produceva i balsamari.

Generalmente i profumi arrivavano ad Alessandria, il più grande emporio del Mediterraneo, conservati in anfore di varie dimensioni; da qui venivano smistati e trasferiti in recipienti di minori dimensioni e di fattura più elegante in modo da facilitarne la commercializzazione. I contenitori più usati erano gli alabastra egiziani, scolpiti in un blocchetto del minerale omonimo.  Altri portaprofumi molto comuni erano l’aryballo e l’oinochoe, una piccola brocca, costruiti con il materiale più svariato: si va dalla semplice terracotta fino all’oro. Infine fra i vari barattoli e vasetti della matrona romana, si poteva trovare anche la pisside, piccola scatoletta cilindrica con coperchio in osso, bronzo o vetro. A partire dal I secolo a.C. si impone come materiale privilegiato il vetro per la produzione del balsamario più diffuso, caratterizzato dal corpo tubolare e dal fondo arrotondato. Particolare attenzione meritano i balsamari “a colombina” che riproducono le forme di un uccellino e che ricordano le nostre fiale: una volta riempite venivano sigillate a fiamma e per poter prendere il profumo era poi necessario rompere il becco o la coda dell’animale.  Fantasioso è l’utilizzo che si fa della conchiglia del genere pecten: una valva è usata per contenere l’unguento, l’altra funge da coperchio.

Sono numerosi i contenitori per unguenti esposti nelle vetrine che compongono la sezione di archeologia romana del museo civico archeologico e di scienze naturali “Federico Eusebio” di Alba, tappa finale dei tour di Alba Sotterranea e meta di numerose scolaresche.

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