Articoli

Le delizie di una Villa

Nata come residenza per il periodo estivo e per la stagione di caccia, per accogliere ospiti illustri e per trascorrere i momenti di svago, Villa Arconati apre le porte, per il secondo anno consecutivo, nei mesi più caldi e di vacanza per ricevere nuovi “ospiti importanti”: i visitatori che vorranno intrattenersi per qualche ora in un ambiente ricco di arte e cultura e che contribuiranno così, attraverso il loro biglietto, al mantenimento e al restauro della villa stessa, di cui si occupa la Fondazione Augusto Rancilio dal 2011.

Villa Arconati, facciata principale

Originatosi da una cascina fortificata con le corti intorno – detta “Castellazzo” – esistente almeno dal XIV secolo, poi trasformatosi in centro agricolo per la gestione delle campagne circostanti, l’edificio alla fine del Cinquecento poteva già considerarsi villa, anche se era molto più semplice e limitata di come appare oggi.

Statua del Pompeo Magno

Si deve al conte Galeazzo Arconati Visconti, che nel 1610 acquistò la villa con le corti, le campagne e i boschi annessi, il più grande intervento di valorizzazione: ampliò la villa di una nuova ala, innalzò il piano nobile, sostituì le rustiche colonne del portico con colonne binate, impostò i giardini secondo il gusto “all’italiana” e destinò alla dimora anche la funzione di “museo”, cioè di luogo di raccolta ed esposizione delle sue collezioni di marmi (tra cui il cosiddetto Pompeo Magno, la statua sotto la quale secondo la leggenda fu ucciso Giulio Cesare, e il Monumento funebre a Gaston de Foix), di dipinti (di artisti quali Tiziano e Parmigianino) e di manoscritti (primo tra tutti il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, da Galeazzo stesso poi donato alla Biblioteca Ambrosiana dove ancor oggi si trova grazie alla sua clausola: che non venisse mai allontanato da Milano perché questo era il suo regalo ai concittadini).

I successori continuarono ad apportare alla Villa modifiche ed ampliamenti, ma sempre secondo una coerenza di stile e un’uniformità di insieme che rendono difficile riconoscere le parti successive.

Lo splendore che la distinse per tutto l’arco del XVII e XVIII secolo le procurò il soprannome di “Piccola Versailles italiana”. Indice della ricchezza che ormai la villa aveva raggiunto può essere il fatto che alla fine del ‘700, quando morì l’ultimo Arconati e questa passò ai Busca, la nuova famiglia tentò subito di rivenderla comprendendo l’onere del suo mantenimento e potenziale acquirente fu l’arciduca Ferdinando, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che vi inviò il Piermarini a stimarla e che gliela sconsigliò semplicemente perché le scuderie non erano abbastanza grandi.

Fontana del delfino

Molto del suo fascino si deve però ai ben dodici ettari di parco che la circondano. Galeazzo investì notevolmente nel giardino, punto di forza di ogni villa di delizie che si rispetti, perché questo avrebbe contribuito in maniera decisiva a rendere tutto il possedimento un manifesto dell’importanza della famiglia. Per garantire l’effetto di stupore che la Villa doveva suscitare sull’ospite disseminò il parco di fontane, un labirinto, numerosi giochi d’acqua – realizzati grazie ai progetti di Leonardo custoditi nel già citato Codice Atlantico e attualmente tornati attivi grazie ai restauri in corso –, di teatri – luoghi ameni dove sostare, intrattenersi in conversazioni, riflettere, leggere e solo talvolta assistere alle acrobazie di un artista, ad uno spettacolo o a un concerto –, e di “angoli meravigliosi” come la voliera e il casino di caccia in cui erano custoditi animali esotici e specie rare, o il giardino dei limoni che “ospitava” piante esotiche, ritirate nella stagione fredda all’interno di una sorta di serra detta “limonaia”. Ma gli scherzi e le illusioni ottiche per questo continuo effetto sorpresa coinvolgevano anche l’architettura stessa: all’interno tanti specchi disposti nelle stanze duplicavano all’infinito le immagini, molteplici trompe-l’œil pittorici “sfondavano” lo spazio di pareti e soffitti e due monocromi di Francesco Podesti dipinti sul muro apparivano come due quadri appesi, mentre all’esterno la facciata laterale settecentesca, che fronteggia il “parterre delle ballerine” (un’architettura in mattoni e verde studiata per accompagnare gli ospiti verso l’ingresso, detto “delle ballerine” per la forma in cui venivano potati i bossi che lo costituivano) serviva a confondere i visitatori provenienti da Milano, che così pensavano di essere giunti alla villa sbagliata.

Parterre delle ballerine

Corte nobile con sculture di Carlo Ramous

Oggi come allora Villa Arconati detiene il suo ruolo di villa di delizie, luogo in cui rilassarsi, sorprendersi e intrattenersi, e di ambiente espositivo di collezioni d’arte, infatti attualmente sono allestite due mostre. La prima è un’esposizione che ha luogo all’aperto, nella corte nobile, e che vede le tipiche sculture astratte di grandi dimensioni del milanese di fama internazionale Carlo Ramous, in programma per tutta la stagione di apertura, fino al 23 ottobre.

Emanuele Gregolin, Figura (Diana), 2015

Emanuele Gregolin, Figura (Diana), 2015

La seconda mostra, dal titolo Vibrazioni, è collocata nelle scuderie ed è prevista fino al 18 settembre. Le opere dell’artista Emanuele Gregolin hanno un particolare legame con il contesto, infatti sono dedicate a Villa Arconati e per questo intrise di citazioni che al visitatore attento sembreranno familiari perché svelano rimandi a particolari magari appena visti, ma le rappresentazioni non scadono nell’illustrazione, bensì si contraddistinguono per la sua capacità di reinventare, perciò talvolta potranno costituire uno stimolo ad andare a ricercare il riferimento di un particolare sfuggito.

 

Villa Arconati è aperta tutte le domeniche fino al 23 ottobre dalle 10.30 alle 18.30 (ultimo ingresso alle 18.00). Per informazioni visita il sito http://www.villaarconati-far.it/

Clicca qui per vedere il servizio andato in onda al TGR Lombardia il 28 agosto 2016.

Di postilla in postilla..per 46 numeri e oltre!

Debora Collota - capo redattrice di Postillare

Debora Collota – capo redattrice di Postillare

Debora Collotta è la Redattrice capo di Postillare.it, una vivace esperienza editoriale giovanile con cui abbiamo avuto il grande piacere di collaborare quest’estate; anzi abbiamo avuto l’onore di essere l’oggetto di un loro strutturato e meticoloso reportage  su Alba Sotterranea e il Museo Eusebio.

Tra una chiacchiera e l’altra, gradualmente è cresciuta la nostra conoscenza dell’originale storia e della struttura della rivista Postillare.

Così abbiamo deciso di fare qualche domanda in più

postPostillare è un nome sotto al quale vanno molte cose: una curata rivista on line, un sito ricco di sezioni, un canale Youtube, profili Facebook e Twitter.. Ci vuoi spiegare qual è lo stato attuale del progetto e le sue ramificazioni e come chi è interessato può seguirvi ed eventualmente collaborare?

Postillare è una rivista on-line, per tutti, che viene pubblicato ogni mese e tratta svariati argomenti.
Chi vi scrive è detto Postillino, perché non si tratta di veri e propri articoli, ma di postille.

L’obiettivo è quello di non creare il solito giornale da leggere e archiviare senza possibilità di replica, bensì uno strumento interattivo, propositivo e di interscambio culturale. E’ un giornale alla portata di tutti sotto ogni punto di vista, in quanto è accessibile indifferentemente da sesso, età, professione. Inoltre si può definire un giornale “aperto” perché tutti hanno la possibilità di esprimere le proprie idee liberamente. Una rivista sopra le parti che non patteggia per nessun partito o ideologia, se non quella del rispetto dei diritti di ognuno, primo fra tutti la libertà di parola.
Il giornale offre inoltre spazi di libero sfogo, oltre l’opportunità di esprimere la propria creatività
attraverso l’uso di disegni, fotografie, fumetti, vignette ecc. C’è anche una bacheca virtuale con annunci, offerte di lavoro, vendite e acquisti.
Se volete pubblicare un vostro articolo, una vostra poesia o un racconto, oppure volete fare un annuncio,inviare la vostra pubblicità gratuita per la vostra attività, scrivere una dichiarazione d’amore o chiedere consiglio al Guru della rivista basta mandare una email a: Postillare@gmail.com

15Andiamo con ordine.. qual è la storia di Postillare? Da dove nasce questa esperienza e chi sono i suoi protagonisti?

E’ nato dal mio piccolo blog che appunto aveva come nome “Postillare”, l’azione di scrivere post-it, perché in realtà quello che scrivevo erano solo piccoli pensieri e notizie. Successivamente, grazie all’entusiasmo di altri giovani studenti, dettato dalla voglia di mettersi in gioco nonostante la scoraggiante attuale situazione economica è nata una vera e propria redazione che ha dato frutto, all’inizio settimana dopo settimana ad una piccola, ma ricca rivista. Adesso sono sola a dirigere il tutto, ma i veri protagonisti sono i lettori e tutti i collaboratori.

30Con questa domanda commetto ( e confesso) un furto; ti faccio la stessa domanda a sorpresa con cui sei solita chiudere le tue interviste: qual è l’aspettativa più grande che avete per il futuro per il vostro progetto?

All’inizio mi auguravo che la rivista potesse essere un giorno realmente sfogliata, in quanto sostengo ancora il fascino del cartaceo piuttosto che la tecnologia, anche se quest’ultima ha comunque permesso di diffondere l’ iniziativa in maniera facile e veloce. Adesso ti confesso che quello che più desidero è la diffusione di questa rivista come strumento davvero alla portata di tutti. Offro uno spazio ad ognuno e mi piacerebbe che la gente ne usufruisse!

13“Volli fortissimamente volli!” è il motto con cui hai voluto corredare l’home page del sito. Rieccheggia il « Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli » del drammaturgo Vittorio Alfieri, astigiano di nascita e a lungo ospite del castello di Magliano Alfieri, a pochissimi chilometri di Alba. Mi ha colpito molto questa fortuita coincidenza, ma dopotutto viaggiare spesso porta ad inciampare in “fili invisibili” nascosti che collegano terre ed esperienze lontane. Ci sono altri “fili invisibili” in cui sei incappata in questi anni di viaggi?

Complimenti per la bellissima domanda che racchiude un meraviglioso significato. Gli Intrecci, incontri, scambi di idee e opinioni che grazie a Postillare ho compiuto creano quello che possiamo chiamare “il filo invisibile della esistenza”, il destino, il caso, il fato.

Sento compiersi ogni giorno a pochi passi la mia vita.

Il Diario del naturalista alle Antille (francesi)

Agosto – settembre 2013, Pointe-à-Pitrebruco2

Il Diario del Naturalista alle Antille è scritto da Luca Pellegrino: nell’estate del 2013 ha collaborato con Ambiente & Cultura per il riordino della sezione di Antropologia fisica del museo Eusebio di Alba, curata dal conservatore prof. Ezio Fulcheri e costituita da oltre 300 sepolture di epoca preistorica, romana e medievale.

Il 26 agosto è partito per il suo progetto di studio universitario Erasmus alle Antille francesi.

Arrivo e sistemazione…

Arriviamo a Pointe-à-Pitre alle 17.40, dopo un volo di circa 8 ore partito da Parigi. Fa già buio. Caldo e umidità: la stagione delle piogge (ou si vous preféréz: “hivernage”) ci riserva il suo benvenuto; per chi arriva da Parigi, che in questi giorni era abbastanza fresca, è una bella batosta. Cerco, insieme ai miei due compagni di viaggio (Emiliano e Paolo, un naturalista e un geologo), un taxi che ci porti al Campus de Fouillole: lo si trova in fretta, si contratta il prezzo e si parte, abbastanza spediti per potersi godere un po’ d’aria coi finestrini aperti. Lungo il tragitto autostradale un traffico inatteso, cartelloni pubblicitari in francese e in creolo, un grande ipermercato di una catena francese che ormai in Italia sta sbancando… La sensazione è strana: non siamo in Europa, l’ambiente naturale, il clima, ci raccontano una storia completamente diversa, ma le grandi catene transnazionali sono sempre le stesse e, ora come ora, per quello che vedo, potrei dire di trovarmi ancora nel Vecchio Continente, in una serata particolarmente afosa.

università

Il canto, assordante, continuo, acutissimo, di uccelli ed insetti notturni, fa da cornice sonora a questa scenetta tragicomica: 3 italiani che grondano sudore, con questi enormi trolley appresso, che si trascinano per una salita e si guardano in faccia come per dire “ma dove accidenti stiamo andando?!?”. Sembra quasi una barzelletta, manca solo il bontempone che spunta da dietro un albero a farci “buh!” e noi che gettiamo i bagagli a terra e ce la diamo a gambe. Diplopodi e gasteropodi polmonati ci fanno compagnia… Il Campus ci appare immenso, non sappiamo veramente dove andare…

Per farla breve, a furia di vagare in cerca di aiuto, lo troviamo: due ragazzi, gentilissimi e molto pazienti, ci danno una mano a trovare il portinaio, un signore con gli occhialetti, torso nudo e pantaloncini che non sembra per niente stupito di vederci. Ci fornisce finalmente le chiavi delle stanze: la mia è al 10° piano della “tour” la torre che sovrasta il Campus. Tempo di mettere a posto i bagagli, cambiarci e pensiamo subito a mangiare qualcosa. Per raggiungere il chiosco dei panini (ahimè con niente di così tipico all’interno), ci prendiamo una bella lavata: 5 minuti di pioggia intensissima, una doccia insomma. Hivernage mesdames et messieurs, hivernage…

Dormito bene, stranamente: temevo un brutto impatto con le nottate antillesi, che, forse perché la mia stanza è al 10° piano, sono invece piuttosto ventilate.

Insomma, sono qui da una ventina di giorni: ho visto qualcosa (pochissimo) di Grande Terre, l’isola calcarea, e ancora meno della mia meta prediletta, la foresta di Basse Terre, l’isola vulcanica dominata dal vulcano La Soufrière (1464 m). Spostarsi in macchina è purtroppo l’unico modo per vedere qualcosa di interessante (ma che dico, entusiasmante!) dal punto di vista naturalistico, come questo scorcio di foresta, nei pressi di les Mamelles, proprio al centro del Parc National de la Guadaloupe (uno dei 9 parchi nazionali francesi, istituito nel 1960).

foresta

 

La botanica è per ora l’aspetto naturalistico che mi impegna maggiormente, se non altro perché ho modo di cimentarmi di continuo col riconoscimento di alberi e arbusti, anche solo andando a fare la spesa al mercato di Pointe-à-Pitre (la città principale). Rimango stupito ogni volta che sul ciglio della strada trovo banani (Musa spp.) e alberi del pane (Artocarpus altilis), abituato come sono a vedere quotidianamente tigli e platani lungo i viali di Torino… Devo ammettere che la mia già scarsa preparazione in botanica sistematica può tranquillamente andare a farsi friggere. In ogni caso, sono riuscito a metter le mani su un testo di botanica locale nell’attrezzatissima biblioteca universitaria e prometto di tirare giù due righe per far contenti i sistematici più incalliti. Non temete, il tempo della nomenclatura binomia è prossimo!

Non posso non citare la bestiola che mi ha colpito maggiormente durante questo primo periodo, forse per i colori, forsebruco perché ne ho viste a decine insidiare i cespugli antistanti il supermercato nei pressi del campus, sempre sulla stessa pianta: ecco a voi Pseudosphinx tetrio, un lepidottero appartenente alla famiglia Sphingidae. Questa nella foto è la sua forma giovanile, un bruco di una decina di centimetri di lunghezza, dai colori sgargianti, aposematici: si nutre delle foglie, contenenti composti fitochimici tossici, di piante appartenenti alla famiglia delle Apocinaceae, come appunto l’Allamanda cathartica (spero di averla azzeccata…) che vedete nella foto.

Il risultato di questa grande abbuffata è duplice:

l’arbusto viene praticamente defogliato, e il bruco si trasforma in un

bruco2manicaretto piuttosto indigesto. I bruchi sono inoltre attrezzati con setole irritanti e mandibole in grado di lasciare qualche spiacevole ricordo ai predatori più ostinati…

Vi lascio con un breve scorcio del marché di Pointe-à-Pitre: se come me amate i mercati chiassosi e colorati, vi assicuro che questo è un posticino da intenditori…

Insomma, da vedere, studiare (e assaggiare!) c’è parecchio qui a Gwada, anche solo a due passi da “casa”. È tutto per ora, vi tengo aggiornati, passo e chiudo!

A bientôt!