Lavagnone ad Alba

Posta a 3 chilometri da Desenzano del Garda, località archeologicamente nota anche per la presenza di un’importante villa romana i cui resti sono ancora apprezzabili, sorge la conca lacustre del Lavagnone delimitata da alcune colline moreniche. segnake

In età postglaciale il lago occupava tutta l’area ma, progressivamente, la sua superficie si è ristretta fortemente, fino a scomparire.

Ma quando arrivarono gli esseri umani in quest’area?

Dagli scavi sappiamo che il sito era già frequentato durante il Mesolitico e il Neolitico ma la fase cronologica che conosciamo meglio è quella dell’età del bronzo. 

Infatti, in questo periodo quest’area lacustre era sede di un villaggio di cui sono stati trovati resti di numerose capanne: le più antiche si rifanno al 2100 a.C, le più recenti al 1300 a.C ed erano costruite con materiali deperibili come il legno e la paglia. Le comunità di allora si adattarono a questo singolare ambiente costruendo edifici come le palafitte, al centro del bacino, in maniera tale da poter sfruttare le ricchezze ittiche che ancora oggi costituiscono un’attività importante per le persone che abitano in quella zona. Il villaggio aveva inoltre anche una palizzata in legno che, se da un lato difendeva il villaggio, dall’altro costituiva un confine, un limite chiaro ben percepibile per quelle famiglie che abitavano il villaggio 3500.

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Figura 1: ricostruzione delle capanne di età del bronzo presso il parco archeologico della Terramara di Montale

Per rendersi conto di come dovevano apparire queste capanne dell’età del bronzo possiamo spostare il nostro sguardo sulla figura 1 in cui si può ammirare una ricostruzione realizzata con attenzione scientifica, presso il Parco archeologico della Terramara di Montale. Se invece ci si vuole rendere conto di come doveva essere una capanna neolitica, nella sezione preistorica del museo civico “Federico Eusebio” di Alba troverete qualche risposta alle vostre domande.

Il sito dell’età del bronzo del Lavagnone è particolarmente famoso per il fatto che, negli anni ’70, gli archeologi qui ritrovarono un aratro in legno: insieme ad un altro esempio rinvenuto in Sassonia, si rivelò essere l’aratro in legno più antico che è sopravvissuto fino ai nostri giorni, datato tra il 2010 e il 2008 a.C grazie alla dendocronologia.

La domanda che sorge spontanea è: come ha fatto questo aratro così antico in legno a sopravvivere fino ai giorni nostri?

La risposta a questo plausibile interrogativo è relativamente semplice: il fragile reperto fu rinvenuto in una torba. Ovvero, in un terreno di colore scuro conservatosi in un ambiente con un elevato tasso di umidità, con poco ossigeno e pochi batteri: tali terreni – qui come in altre zone – consentono la conservazione di oggetti composti in materiali organici, come l’aratro di Lavagnone.

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Figura 2: l’area del Lavagnone, oggi, vista dall’alto. (Immagine ricavata con Google Earth)

 

L’aspetto originario di questo aratro, il modo in cui era stato costruito, le parti che lo componevano, le sue modalità di funzionamento, i terreni in cui veniva usato… Sono solo alcune delle domande a cui troverete risposta assistendo al video che, dal 23 maggio, costituirà il preambolo della mostra “A tavola con gli antichi” che potrete visitare nella seconda sala del museo civico Federico Eusebio di Alba e che costituirà la tappa finale di alcuni dei tours di Alba Sotterranea. 

 

 

Per chi fosse interessato ad approfondire si consiglia il libro “Studi sull’abitato dell’Età del Bronzo del Lavagnone, Desenzano del Garda“, scritto da vari autori come De Marinis, Griggs e Kunihom

 

 

 

Sulla tavola degli albesi 3000 anni fa.

"Sulla tavola degli albesi 3000 anni fa"

“Sulla tavola degli albesi 3000 anni fa”

In occasione di Expo 2015, dedicata all’affascinante quanto complesso tema dell’alimentazione, Il Civico Museo “Eusebio”, in collaborazione con la Sovraintendenza per i beni archeologici del Piemonte, inaugura la mostra “Sulla tavola degli Albesi 3000 anni fa. Modalità di conservazione e preparazione del cibo nell’età del Bronzo” che permette di approfondire la storia dell’alimentazione locale.

La mostra mette in luce i recenti ritrovamenti archeologici risalenti proprio all’età del Bronzo, durante la quale la vita del villaggio preistorico albese era nel pieno del suo sviluppo. I vasi e recipienti esposti permettono di approfondire la conoscenza delle abitudini culinarie dei nostri antenati, aggiungendo informazioni utili per ampliare le notizie relative al periodo preistorico nell’albese il cui antico passato è già ben testimoniato dalla sezione di archeologia preistorica del  museo cittadino.

L’esposizione di reperti archeologici nella mostra “Sulla tavola degli albesi 3000 anni fa” è corredata da un apparato informativo che analizza il tipo di  alimentazione caratterizzante gli abitanti del villaggio albese e che si sofferma a riflettere sulla grande rivoluzione alimentare che è avvenuta, secoli dopo, come conseguenza della scoperta dell’America dal cui territorio vengono importati nuovi tipi di alimenti.

L'aratro di Lavagnone, conservato presso il Museo archeologico "Rambotti" di Desenzano del Garda

L’aratro di Lavagnone, conservato presso il Museo archeologico “Rambotti” di Desenzano del Garda

Infine grande interesse desta la riproduzione a grandezza naturale dell’ aratro di Lavagnone, il più antico a noi pervenuto, risale infatti a circa 4000 anni fa, e che eccezionalmente si è conservato in maniera tale da permetterci di cogliere appieno il funzionamento di questo strumento. Un video introduttivo mette in mostra proprio la sua realizzazione eseguita con gli stessi metodi e strumenti dell’età preistorica e il suo utilizzo durante l’aratura e si dimostra essere un bell’esempio di come l’archeologia sperimentale si un supporto fondamentale per la comprensione di ciò che è avvenuto in un passato così lontano.

Visite guidate gratuite a cura della nostra associazione ogni Sabato pomeriggio, a partire dal 30 maggio e fino all’11 luglio.
Due turni di visita alle ore 15,00 e alle ore 16,30.
Per maggiori informazioni e prenotazioni (consigliate) clicca qui.  

 

La mostra “Sulla tavola degli albesi 3000 anni fa” è visitabile dal 23 maggio al 31 dicembre negli orari di apertura del Civico Museo Eusebio ed è compresa nel biglietto di ingresso allo stesso.
Per maggiori informazioni clicca qui.

Vinum: la fiera nazionale dei vini di Langhe e Roero

Vinum, fiera nazionale dei vini di Langhe e Roero

Vinum, fiera nazionale dei vini di Langhe e Roero

Al via la 39a edizione di Vinum, la Fiera nazionale dei vini di Langhe e Roero che si svolgerà ad Alba il 25 e 26 aprile e di nuovo il 1/2/3 maggio.

Ricco è il calendario promosso dall’organizzazione per fare conoscere al grande pubblico i gusti e i sapori dei vini tipici delle nostre colline. Fra degustazioni guidate e assaggi di cibo tradizionale, la rassegna mette in mostra i tesori più preziosi del nostro territorio: i vini, spaziando fra i bianchi e i rossi di Langhe, del Roero e del Monferrato, senza dimenticare le bollicine di Asti.

Ma i tesori del territorio non si limitano ai sapori fruttati dei vini: la ricchezza della storia di Alba  regala grandi sorprese nascoste nel sottosuolo della città e con Alba Sotterranea si può andare a scoprire ciò che è rimasto nel ventre della città. In compagnia di un archeologo professionista la terra mostrerà le bellezze delle città antiche coperte dal tempo: i fasti e gli splendori della città romana riprenderanno vita e l’abitato medievale farà rivere i suoi suoni e rumori in un viaggio alla scoperta del passato.

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I resti del teatro romano sotto la chiesa di San Giuseppe

Durante la manifestazione di Vinum, quindi il 25 e 26 aprile e poi di nuovo l’1/2/3 maggio sarà possibile partecipare alle visite guidate organizzate  per tutto il giorno a partire dalle ore 10,00 e fino alle ore 18,00. Ricordiamo che per partecipare è necessaria la prenotazione.

Inoltre è possibile seguirci su nostri profili Facebook e Twitter per restare sempre informati sulle nostre iniziative in tempo reale!

Culturalmente abili?

Dopo mesi di lavoro da parte dello staff, Ambiente & Cultura ha partecipato al bandoculturability – spazi d’innovazione sociale, promosso dalla fondazione Unipolis, attraverso il progetto “Il giardino della città sepolta”.

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Particolare dell’affresco della Villa di Livia a Roma

Il nostro rappresenta solamente uno dei 999 progetti presentati da operatori o attori under 35 provenienti da tutta Italia: questo numero è fortemente rappresentativo della vitalità e del fermento che contraddistinguono il settore economico della cultura e della creatività nel nostro Paese.

C’è tanta voglia di fare!

La rigenerazione urbana, la valorizzazione del passato romano, preistorico e del patrimonio naturale della città sono le aree nelle quali il nostro progetto eventualmente interverrà.

Infatti, il progetto si pone l’obiettivo di riqualificare uno spazio verde urbano poco utilizzato attiguo alla scuola media Vida-Pertini di Alba, nelle vicinanze di un importante sito archeologico (il Complesso delle Antiche Mura). Esso rientra nel quadro di un più ampio intervento volto al recupero del sito che vede coinvolti il Comune di Alba e il museo civico archeologico e di scienze naturali “Federico Eusebio”: cominciato nell’estate del 2014 e in via di conclusione per quel che riguarda il restauro e l’allestimento degli interni, godendo dell’indispensabile sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. L’azione si va ad armonizzare in un ben più vasto quadro di iniziative orchestrate che hanno come fulcro l’importante sito archeologico.

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Come potremmo riqualificare questo spazio?

Attraverso la creazione di un “giardino archeologico – aula verde”: un’area outdoor in cui saranno allestite ricostruzioni di archeologia sperimentale e spazi per la didattica delle scienze naturali, sede ideale per forme di turismo attivo di qualità o didattica per le scuole di ogni ordine e grado.
L’obiettivo sarà raggiunto tramite la creazione di un centro di archeologia sperimentale che provvederà all’organizzazione dell’area, alla realizzazione delle riproduzioni e alla dotazione della pannelistica.

 

Inoltre il progetto prevede il coinvolgimento dell’associazione cultural 3P e del centro diurno per disabili cittadino sia per la creazione di una linea di merchandising dedicata (oggettistica fatta a mano ispirata a riproduzioni di reperti archeologici o naturalistici locali) sia per la realizzazione dei pannelli.

Cittadini di Alba, turisti e alunni delle nostre scuole saranno i destinatari del nostro intervento: il sito, nel suo nuovo aspetto, sarà inserito nel circuito di visite “Alba Sotterranea. Il passato è sotto ai tuoi piedi!” e nell’offerta didattica “Il museo per la scuola”.

Nella speranza che la nostra partecipazione nel bando possa trasformarsi in una nuova opportunità per la città… L’associazione, attraverso il lavoro dei suoi membri, ha comunque profuso il massimo sforzo per la presentazione di un progetto che possa contribuire a migliorare la vita culturale di Alba.

Vi aggiorneremo!

 

 

I Longobardi, non solo guerrieri. Barbarissimi tra i barbari.

Re Alboino

Re Alboino

I Longobardi (ossia le “Lunghe Barbe“, a cui deve il suo attuale nome la Langobardia medievale e l’attuale Lombardia), centomila persone – non solo soldati, ma anche donne, vecchi e famiglie –  partite dall’attuale Ungheria e provenienti ancora da più a Nord, cominciarono dal Friuli la conquista della penisola italiana il lunedì di Pasqua del 2 Aprile 568, guidati da re Alboino: una migrazione che cambierà in maniera decisiva la storia e la cultura del nostro Paese, determinando pure lo scenario del Piemonte meridionale nei secoli dell’Alto Medioevo.

Di loro si è parlato al convegno “Barbarissimi tra i Barbari”, organizzato dal FAI nella giornata del 21 Febbraio a Cuneo, nello Spazio Incontri Cassa di Risparmio. Un uditorio interessato e partecipe, non composto solamente da addetti ai lavori, ha avuto la possibilità di ascoltare gli interventi di alcuni specialisti, tra i quali Egle Micheletto e Sofia Uggè della Soprintendenza Archeologica regionale.

Gli interventi hanno riguardato le 776 tombe longobarde rinvenute negli ultimi anni in occasione dei

Veduta dall'alto della necropoli longobarda di Sant'Albano Stura (CN)

Veduta dall’alto della necropoli longobarda di Sant’Albano Stura (CN)

lavori per l’autostrada Asti-Cuneo a Sant’Albano Stura. Di esse, 171 hanno restituito corredi maschili, 84 femminili, 240 di dubbia attribuzione e 281 prive (la colossale opera di scavo archeologico è stata compiuta in poco più di un anno, ed è costata poco più di 950.000 euro, iva esclusa, ha significativamente ricordato la Soprintendente Micheletto).

Il corredo – ovvero quella serie di oggetti che erano seppellitti insieme al defunto – costituisce spesso

uno degli indicatori che più ci permettono di comprendere alcuni degli aspetti della concezione della vita e della morte di questo popolo. Infatti, i reperti scoperti ci svelano che i Longobardi – oltre ad essere un popolo molto legato al mondo della guerra – possedevano anche maestranze artigianali dalla grande sapienza tecnica.

 

Un capolavoro di oreficeria longonbarda esposto nella mostra Ornamenta - necropoli di Sant'Albano stura

Un capolavoro di oreficeria longonbarda esposto nella mostra Ornamenta – necropoli di Sant’Albano stura

 

A conferma di ciò, la necropoli di Sant’Albano Stura ha restituito numerosi reperti, provenienti dalle tombe maschili che riguardano il mondo bellico (cinture, spade e uno scudo) ma anche reperti – 47 collane, coltellini, vasellame, piccoli amuleti, un prezioso resto di broccato a filo d’oro e resti di preziosi tessuti – che ci danno un’immagine di questo popolo molto diversa da quella tradizionale, legata in maniera indossolubile alla guerra.

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Alcuni reperti provenienti dalla necropoli longobarda di Collegno (TO)

Il convegno è stato anche occasione di visita e di approfondimento della nuova sezione inaugurata al museo civico di Cuneo, presso il Complesso di San Francesco che espone al pubblico in maniera permanente i primi reperti provenienti dalla necropoli.

Alcuni di essi avevano avuto modo di essere già ammirati nel 2012, all’interno della mostra Ornamenta femminili ad Alba e nel Cuneese in età antica del museo civico archeologico e di scienze naturali F. Eusebio.

I successivi ritrovamenti – a partire dalle 50 tombe ancora da scavare a Sant’Albano Stura – getteranno sicuramente ulteriore luce su questo popolo, protagonista di una migrazione che ha provocato un incontro-scontro tra la cultura romana, ancora molto forte nella penisola, e quella germanica, di cui i Longobardi si fecero portatori.

Le Urne dei Forti

Fino al 7 dicembre 2015  Le Urne dei Forti. Storie di vita e di morte in una comunità dell’Età

Le Urne dei Forti - Modena, 14 dicembre 2014 - 7 giugno 2015

Le Urne dei Forti – Modena, 14 dicembre 2014 – 7 giugno 2015

del Bronzo è visitabile a Modena, all’interno del Palazzo dei Musei, a cura del museo civico archeologico e etnologico; espone alcuni oggetti giunti in prestito dal museo civico Federico Eusebio di Alba (in particolare la spada spezzata rinvenuta in deposizione rituale in  un pozzetto al limite nordoccidentale della necropoli del Bronzo medio recente di Corso Piave).

La mostra presenta i risultati di una ricerca pluriennale condotta sulla necropoli dell’età del bronzo di Casinalbo (MO).

Il sepolcreto fu individuato alla fine dall’800 a circa 200 metri da uno di quegli abitati dell’età del bronzo, noti come “terramare”, che a partire dal 1650 a.C. occuparono in modo capillare la pianura padana centrale.
Nuovi scavi intrapresi dal Museo Archeologico  a partire dal 1994 in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna hanno indagato circa un quinto dell’estensione presunta dell’intera necropoli (pari a 12.000 mq), recuperando quasi 700 tombe costituite da pozzetti contenenti le urne cinerarie con i resti dei defunti.

Le  sepolture e i corredi sono stati oggetti di un’attenta ricerca archeologica e antropologico ed il

Storie di vita e di morte in una comunità dell'Età del Bronzo

Storie di vita e di morte in una comunità dell’Età del Bronzo

risultato di questo lungo percorso è stato letteralmente “messo in scena” all’interno di un allestimento museografico quasi “teatrale”

Il visitatore infatti attraversa una grande ricostruzione dell’area di necropoli, percorrendo il sentiero centrale che effettivamente solca il campo cimiteriale, e può ammirare, quasi in archeo-diorami, alcune scene ricostruttive delle cerimonie con cui la comunità affidava il defunto al mondo ultraterreno.

I numerosi reperti emiliani sono arricchiti dal confronto con oggetti e testimonianze provenienti da altri contesti del Bronzo medio e Tardo piemontesi, lombardi e veneti: in questo ambito la spada di tipo Trana del Bronzo albese, evidentemente retaggio di un sacrificio rituale per la  protezione del terreno sacro, solitamente ospitata nella sala 6 della sezione di Archeologia preistorica ha abbandonato per alcuni mesi la sua abituale sede espositive per aggiungersi al ricco catalogo dei reperti esposti nella mostra modenese.

 

ipotesi dell'immanicatura della spada in bronzo di tipo Trana, offerta di fondazione del sepolcreto albese del Bronzo medio

ipotesi dell’immanicatura della spada in bronzo di tipo Trana, offerta di fondazione del sepolcreto albese del Bronzo medio

Le terramare sono una delle più significative esperienze dell’Età del Bronzo medio e recente (circa 1650 – 1150 a.C:9 nella pianura padana, in particolare nella porzione emiliana.

Richiamano i versi di Omero e ci svelano aspetti non solo della morte, ma anche della vita di una comunità della pianura padana di oltre 3.000 anni fa, i risultati degli scavi nella necropoli dell’età del bronzo di Casinalbo (MO).

Nel settore interessato dagli scavi sono stati individuati sentieri che isolavano nuclei di sepolture e aree dove si svolgevano rituali precedenti e successivi al rogo funebre. Questi ultimi, ricostruiti grazie alle evidenze archeologiche, richiamano con forza quelli che Omero descrive nell’Iliade raccontando i funerali di Patroclo e quelli di Ettore.

Le ricerche archeologiche e antropologiche hanno, inoltre, consentito di recuperare informazioni sull’assetto demografico, l’organizzazione della società, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Le ricostruzioni, i filmati appositamente realizzati e le voci che nell’oscurità richiamano i versi dell’Iliade, creano una dimensione fortemente evocativa.

La mostra, realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, e con la collaborazione delle Soprintendenze per i Beni Archeologici di Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e della Soprintendenza ai Beni Storici Artistici di Modena, è curata da Andrea Cardarelli, professore di Preistoria e Protostoria all’Università Sapienza di Roma e da Cristiana Zanasi, curatrice del Museo Civico Archeologico Etnologico.

La mostra è affiancata dall’edizione scientifica della ricerca diretta da Andrea Cardarelli, con la collaborazione di Gianluca Pellacani e il contributo di vari autori del Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma e delle Università di Modena e Reggio Emilia e del Salento.

ARIADNE. Il filo della conoscenza.

Dati di scavo non pubblicati, libri presenti solo in determinate biblioteche, spesso lontane, nodi burocratici che contraddistinguono l’operato di soprintendenze, biblioteche e università…

Questi sono solo alcuni degli ostacoli logistici che uno studioso o uno studente deve tentare di saltare per scrivere un testo scientifico archeologico.
Il progetto ARIADNE, lanciato dalla Commissione Europea, tenta di affrontare questa serie di problematiche con la pubblicazione online di circa 6 milioni di schede di oggetti o siti archeologici entro il 2017 in tutta Europa.VMS-Home-page_medium

E’ finanziato dalla Commissione  Europea, all’interno del Settimo Programma Quadro (ovvero il grande programma che riunisce e coordina i contributi a supporto della ricerca scientifica, pura e applicata, ora soppiantato da HORIZON 2020): il progetto ha avuto avvio nel febbraio del 2013 e ha una durata prevista di 48 mesi.

L’archeologia è una scienza che studia il nostro passato basandosi sulle fonti materiali che il nostro suolo molto spesso ci nasconde: avere la possibilità di consultare una grande banca dati online che riunisca studi effettuati in tempi e luoghi diversi sarà un grande vantaggio per tutti. Anche per coloro che dovranno divulgarne i contenuti.
Infatti, uno dei problemi che il programma ARIADNE tenta di affrontare è quello della frammentazione: tuttora esistono numerosi database contenenti informazioni che si riferiscono a periodi e regioni diverse, ma il loro utilizzo è spesso impedito da difficoltà di accesso, da funzionamenti diversi e da prospettive poco omogenee.

Al contrario, ARIADNE costituirà una grande piattaforma che renderà possibile l’accesso per migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo ad una mole enorme di dati molto diversi, riuniti però da un’interfaccia e da modalità di accesso comuni.

Il respiro internazionale di ARIADNE è già ben percepibile dalle sedi dei vari workshop e conferenze che faranno da contorno al progetto: Avila, Francoforte, Atlanta, Sorrento, Digione, Glasgow, Londra,…
L’acronimo ARIADNE, che sta per Advanced Research Infrastructure for Archaeological Dataset Networking in Europe, ci aiuta a comprendere al meglio il senso di questo nuovo progetto europeo: deriva infatti da Arianna, donna protagonista nellaariadne-detail mitologia greca, figlia di Minosse, colei che diede del filo all’eroe ateniese Teseo, strumento che gli consentì di uscire dal labirinto, dopo l’uccisione del Minotauro.
Nella sua versione informatica, dopo aver aiutato Teseo, ARIADNE riuscirà anche ad aiutare generazioni di studiosi e studenti ad uscire da questo labirinto di dati troppo disordinati e poco omogenei tra loro? Significherebbe unire e mettere in rete generazioni di studi assai diversi tra loro con lo scopo di implementare la ricerca e di consentire una maggior diffusione di questo patrimonio di conoscenze sul nostro passato.

Solo il tempo ce lo dirà ma le premesse sembrano molto buone.

Per chi volesse seguirne gli sviluppi ecco il sito ufficiale del progetto:

http://www.ariadne-infrastructure.eu/

Presto si potranno visitare le mura di cinta e le gallerie-magazzino di Alba Pompeia

Estate 2014: si recupera e valorizza il Complesso delle Antiche Mura.

Un altro angolo della romana città di Alba Pompeia si svela in tutta la sua bellezza e importanza e gli itinerari di Alba Sotterranea si arricchiscono di una nuova, suggestiva tappa che riserverà al visitatore l’emozione di camminare dentro un edificio romano.

Il quotidiano La Stampa il 19 agosto ha riservato un ampio spazio per l’approfondimento della notizia

Per scaricare l’articolo in formato pdf clicca qui: La stampa_19_8_2014

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Palazzo Govone Caratti: nei sotterranei il mosaico di una domus signorile di Alba Pompeia!

palazzo govone 2L’area archeologica di palazzo Govone Caratti, tappa n° 10 del percorso archeologico cittadino, offre una piacevole sorpresa a chi volesse visitarla: infatti facendosi guidare dalle parole di chi accompagna è possibile ritrovarsi in una lussuosa domus del I secolo d.C.

Le prime date in cui sarà possibile effettuare la visita al sito sono il 23 agosto e il 27 settembre 

Ciò che rimane di questa abitazione sono tre ambienti particolari che ci fanno rivivere i momenti più importanti della vita domestica in epoca romana: il cubiculum, assimilabile alla nostra camera da letto, il triclinio, una delle stanze più importanti della casa in quanto spazio di rappresentanza e infine una vano presumibilmente dotato di ipocausto, un particolare sistema di riscaldamento.

Quello che colpisce di questa area sono le testimonianze archeologiche che ci permettono di cogliere la ricchezza delle decorazioni. Di notevole importanza è il ritrovamento di parte di una pavimentazione del triclinio decorata a mosaico. Tale decorazione si rivela di particolare pregio in quanto il motivo decorativo non era ancora stato documentato ad Alba Pompeia fino al 2007, anno in cui sono partiti gli scavi proprio presso questo palazzo.

piazza marconiLa porzione di mosaico rimasta riporta un motivo a scacchiera con tessere bianche e nere e questo accostamento di colori non risulta nuovo agli archeologici che hanno indagato le vestigia della città antica albese. Agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, infatti, durante gli scavi in piazza Marconi, è stato riportato alla luce un prezioso mosaico il cui motivo decorativo giocava ancora su questa bicromia. Dal momento che il pavimento della domus di piazza Marconi non è accessibile al pubblico, ancora più importante è il ritrovamento del mosaico di palazzo Govone Caratti e l’inserimento di questa area archeologica all’interno degli itinerari di Alba Sotterranea. Le prime date in cui sarà possibile effettuare la visita al sito sono il 23 agosto e il 27 settembre 

 

Dentro un edificio romano: le mura di Alba Pompeia!

muraCome ogni città romana che si rispetti, anche Alba Pompeia era circondata da una solida e imponente cinta muraria, della quale ancora oggi sono visibili alcuni tratti. E proprio su questi antichissimi resti si concentra  l’opera di recupero delle antichità albesi ancora da salvaguardare.

Infatti questa è la volta del tratto delle antiche mura di epoca romana e delle eccezionali gallerie voltate connesse, superstiti per intero, caso rarissimo in ambito piemontese. Al termine dei lavori di recupero questo straordinario complesso diventerà una tappa di visita all’interno degli itinerari di Alba Sotterranea, i cui partecipanti vivranno l’intensa esperienza di poter godere della bellezza di un edifico romano dal suo interno.

Già Federico Eusebio, il fondatore del museo civico, nei primissimi anni del Novecento aveva individuato il tesoro archeologico che era associato a quelle vestigia: immediatamente addossate alla parte interna delle struttura muraria corrono affiancate, parallele e comunicanti due gallerie voltate di epoca romana, conservate per intero in elevato (4,20 metri) entrambe e la prima pressoché per intero anche per la lunghezza complessiva (circa 25,20 metri). La funzione ipotizzata per questo interessantissimo edificio è quella di magazzino – caserma miliare; quel che è certo che sopra vi furono costruiti gli edifici attuali che tuttora sorregge e che occupano le aule di istituti scolastici cittadini.

Silvana Finocchi, Soprintendente ai Beni Archeologici del Piemonte, riprese le indagini negli anni Settanta del Novecento, riportando in luce il basamento di una torre connessa al tratto settentrionale delle mura di cinta e proponendo una puntuale interpretazione del perimetro murario e la prima planimetria dell’impianto urbanistico di Alba Pompeia. Alla fine degli anni Novanta l’allora funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte,foto mura2 Fedora Filippi, fornisce l’ipotesi interpretativa ancora oggi valida relativa alla cinta difensiva e ai due ambienti voltati, auspicando una più adeguata destinazione e valorizzazione dei resti così imponenti della città romana.

Comincia ora nel luglio 2014 l’attesa opera di recupero, restauro e valorizzazione del complesso delle Antiche Mura: grazie ai contributi della Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino si provvederà al restauro del tratto settentrionale della cortina muraria esterna, al recupero e all’allestimento preliminare per l’accessibilità alle visite, e non solo.

Tramite un sondaggio di scavo mirato del museo è stata già riportata alla luce la struttura di fondazione quadrangolare su cui si impostava la torre a base circolare che guarniva la cortina muraria in prossimità dell’angolo.

I lavori procedono sotto la supervisione e la direzione scientifica della Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte e MAE, coordinatati dal museo civico F. Eusebio nella persona della dott.ssa Luisa Albanese con la collaborazione del dott. Marco Mozzone dell’associazione di giovani studiosi Ambiente & Cultura, già promotrice dal 2011 del progetto Alba Sotterranea. Viaggio al centro della città.