Archeologo di qua e di là delle Alpi

Matteo Morelli

Matteo Morelli

Ospitiamo una significativa testimonianza, interessante per capire quante cose possono cambiare in certi ambiti professionali semplicemente varcando il confine (per altro rimanendo con tutti e due i piedi all’interno dell’Unione Europea..).

Archeologo di qua e di là delle Alpi, è questa la parabola lavorativa dell’archeologo Matteo Morelli

Diplomato in conservazione dei beni culturali , indirizzo archeologico , facoltà di Bologna con sede a Ravenna , nel 2004 , ho lavorato come precario per differenti ditte o cooperative archeologiche soprattutto nel nord Italia , Emilia Romagna Piemonte e Lombardia .
Assunto quasi sempre con contratti a progetto o prestazioni occasionali , quindi un precario d’eccezione :)

Ecco il capitolo “italiano” della sua carriera professionale. Discontinuità lavorativa, paghe basse, ritardi anche biblici nel pagamento dei compensi, burocrazie complesse e scarso riconoscimento pubblico del proprio ruolo… sono alcuni dei tratti distintivi che punteggiano la sua esperienza, comune (anzi comunissima) a tutti agli altri laureati operanti nel campo dell’archeologia.

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Lilliput. Libreria di viaggi

Lilliput. Libreria di viaggi

Per un certo periodo cerca anche di cambiare rotta: unisce le sue passioni per la lettura e per i viaggi  ne fa il tentativo pervicace di LILLIPUT, una libreria specializzata sulla letteratura di viaggio, aperta nel centro di Ravenna.

Qualche anno fa il passo decisivo: si trasferisce in Francia (prima a Parigi poi a Marsiglia)

Cambia paese, cambia lingua, cambia tante abitudini, forse cambia addirittura il modo di fare colazione… ma non cambia lavoro. Continua a fare l’archeologo.

Ma forse non è esatto dire che “non cambia lavoro”, perché le condizioni lavorative transalpini si rivelano ben diverse da quelle cisalpine.

itafranCosì il Morelli ci riassume le differenze principali.

Che cosa fa un giovane per diventare archeologo? quale iter deve seguire?

Un giovane francese per diventare archeologo , deve fare un bac +5 , cioè superiori più 5anni di università , seguita da 2 anni di master , iter molto più lungo che quello italiano , ma molto meno oneroso al livello di tasse universitarie , in Francia si paga una media di 300€ l’anno , più si hanno molti benefit per alloggio per trasporti e buoni pasti ecc…

Quale la condizione professionale a livello contrattuale, orari di lavoro, rimborsi etc..?

INRAP Institut national des recherches archéologiques préventives

INRAP Institut national des recherches archéologiques préventives

Le condizioni contrattuali sono ottime perché si hanno dei contratti di durata determinata , o indeterminato ,questo dipende dal lavoratore e dalla ditta che assume archeologi , usufruendo così di eventuale sussidio di disoccupazione e di tutto il welfare che la Francia offre, di fatto dopo il passare di 4 mesi di contratto si ha diritto allo chomage , cioè sussidio di disoccupazione , 80% del tuo salario , dura esattamente i mesi in cui si è lavorato , per un massimo di 2 anni .
Le condizioni lavorative , dalla mia esperienza , avendo collaborato con l’INRAP , un istituto pubblico di ricerca archeologica preventiva , non possono che essere favorevoli, l’ambiente di lavoro è molto sereno ,pagamenti e rimborsi puntuali e altissima professionalità sul terreno e nel post scavo .
Di fatto si mette l’operatore di scavo nelle migliori condizioni per il lavoro , dotandolo di materiale e mettendo a sua disposizione tutto il necessario per poterlo far lavorare nel migliore delle condizioni , citerei anche il contermine r mensa , e container spogliatoii , datato di doccia , che sono obbligatori per legge . In più un container per apparecchiatura fotografica e diverse postazioni con compiuter per portare avanti la documentazione contemporaneamente con lo scavo archeologico .

come sono organizzate le istituzioni pubbliche competenti?Come funziona l’archeologia preventiva o il vincolo archeologico?
Quando una ditta vince un appalto , nelle ore si contempla a anche dei giorni per poter redigere relazioni , pulire e catalogare il materiale , pagate come ore di scavo , sembra un ovvietà ma per noi che abbiamo operato in Italia sappiamo che non è così scontato

Esistono associazioni di categoria? come funzionano?
Esistono ditte private che partecipano liberamente alle gare d’appalto , in più ci sono realtà come l’INRAP , istituto nazionale archeologia preventiva , che è pubblica , ho a
Tre realtà statali legate ai diversi comuni e province , le ditte private devono mantenere e assicurare gli stessi livelli lavorativi che le varie realtà statali , di fatto per vincere un appalto verrà considerato anche la qualità del lavoro svolto , quindi non è legato solomente ad un aspetto economico , di questo fa garante il ministero per la conservazione e tutela del patrimonio artistico ,archeologico , architettonico , paesaggistico .
Non molto differente all’Italia , ma con l’impressione che qui sia più efficiente ma soprattutto più rapido nell’intervenire .

La vigna di Madeinlanga: un’installazione multisensoriale

la Vigna - installazione di Land art

la Vigna – installazione di Land art

In occasione di “Vinum 2015: 39° fiera nazionale dei vini di Langhe e Roero“, presso il cortile della Maddalena, sarà possibile godere di un’installazione multisensoriale intitolata “La vigna”.  Artisti e creatori  dell’esposizione sono i designer di “Made in Langa” che si ispirano per le loro opere al mondo contadino che caratterizza il nostro paesaggio collinare. Tutto viene riutilizzato per creare nuovi oggetti: lampade, sedie e portabottiglie di una volta si trasformano e assumono una nuova vita, seguendo il ben noto detto piemontese

 

Da nui es campa via mai niente

(da noi non si butta via mai niente).

Madeinlanga Design spontaneo dei paesaggi vitivinicoli

Madeinlanga Design spontaneo dei paesaggi vitivinicoli

L’installazione sarà visibile dal 18 aprile al 3 maggio e farà da corredo alla mostra “Design spontaneo nella cultura dei paesaggi del vino” che offre uno spunto di riflessione sulla pratica del recupero di oggetti antichi.

La mostra è visitabile presso il Centro Culturale San Giuseppe, il cui percorso archeologico è inserito come tappa all’interno degli itinerari di Alba Sotterranea, il passato è sotto i tuoi piedi, viaggio al centro della città in compagnia di un archeologo professionista con visite possibili durante tutti i giorni della manifestazione ( 25 e 26 aprile, 1  2 e 3 maggio).

 

Il Taccuino del Viaggiatore

 Sei appassionato di viaggi e ti piace anche scrivere?

Raccontaci le tue esperienze: verranno pubblicate nella sezione “Viaggi&Miraggi del nostro sito, un punto di

Il Taccuino del Viaggiatore

Il Taccuino del Viaggiatore

incontro dove poter  soddisfare la propria curiosità leggendo le avventure di chi ha viaggiato per il mondo e ha deciso di condividere le proprie impressioni.

Per permetterci di pubblicare i tuoi resoconti abbiamo bisogno di:

  1. Il testo scritto (con titolo) in formato .doc con il resoconto dei tuoi viaggi. IMPORTANTE:  Per collocare le immagini all’interno del resoconto scritto, attribuisci un numero ad ogni tua immagine: questo ci serve per poterle inserire nel testo durante la pubblicazione. Nel resoconto scritto dovrai inserire nel passo corrispondente poi il numero dell’immagine in maniera tale da poterla pubblicare correttamente.   Inoltre per ogni fotografia ci devi fornire una piccola didascalia descrittiva che inserirai nel resoconto scritto ( Ad esempio” quando arrivai in piazza “IMMAGINE 1 – Piazza di San Pietro” ammirai l’imponente chiesa “IMMAGINE 2 – Basilica di San Pietro”
  2. Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole. (Charles Baudelaire)

    Una cartella contenente le immagini del viaggio  rinominate con il proprio numero: ci devono essere inviate a parte in formato JPEG o .png e con peso massimo ciascuna di 100 KB.

  3. Ricordati di utilizzare solo foto o immagini di tua proprietà o di cui sia consentita la libera riproduzione. Se nel resoconto usi nozioni o citazioni provenienti da opere pubblicate cita la fonte e correda lo scritto di una breve bibliografia
  4. I resoconti usciranno a tuo nome ( nome e cognome, non saranno pubblicati contributi anonimi o sotto pseudonimo)
  5. Se vuoi essere contattato dai visitatori del sito che trovano interessante il La vita è un viaggio e ch

    La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte. (Omar Khayyam)

    i viaggia vive due volte. (Omar Khayyam)tuo contributo aggiungi in calce al resoconto il tuo indirizzo e-mail e i tuoi contatti

  6. Inviare tutto il materiale a info@ambientecultura.it.

Appena possibile pubblicheremo il tuo taccuino!!!

Ultimo giorno dell’anno a Salonicco (e nel suo passato…)

Ecco un breve resoconto di una giornata del viaggio a Salonicco e dintorni  che ci ha inviato il nostro giovane archeologo Gianmarco Gastone.

Insieme a un gruppo di compagni di studi e freschi neolaureati in discipline storiche archeologiche, si è ricavato qualche giorno a 1cavallo delle festività per un soggiorno alla scoperta della seconda città greca, che in epoca antica rispondeva al nome di Tessalonica.

Qui di seguito le sue impressioni riguardo all’importante museo archeologico cittadino.

Sono le 10:30, ultimo giorno dell’anno, io e i miei amici, archeologi, ci presentiamo all’ ingresso del museo archeologico di Salonicco e, dopo un poco caloroso benvenuto, entriamo.

Ospitato in un edificio simbolo della sete di modernità che la Grecia, come l’Italia, aveva negli anni ’60, il museo consente ai cittadini di costituirsi un’idea chiara e sintetica del ruolo centrale che la città ebbe nella sua storia più antica.

Ma andiamo in ordine…

All’inizio, dopo un311220141485a breve sezione dedicata all’origine della polis, comincia un lungo percorso che, per temi, guida il visitatore alla scoperta della città e della vita che al suo interno si svolgeva, dal VII secolo a.C al IV d.C. In questo millennio la città, da polis autonoma, diventa importante centro macedone e, successivamente, romano.

Suddivisi per tematiche, molti sono i reperti che attirano i nostri sguardi, numerose le ricostruzioni scientifiche che danno linfa alla nostra immaginazione, puntuali i mezzi multimediali che consentono una fruizione del museo più interattiva. L’aspetto cronologico è invece un po’ trascurato.

Dopo un bagno di colore offerto dai numerosi mosaici macedoni, le luci si spengono e lo splendore dell’oro dei predecessori di Alessandro Magno si accende di fronte a noi.

Questi sono i tesori simbolo di quel grande Stato che si era formato senza il quale, probabilmente, Alessandro non sarebbe stato chiamato dai posteri “Magno”.311220141481

Le sue conquiste, però, non sopravvissero alla sua morte. Roma, che ne ereditò l’aspirazione universale, anche cadde.

Ma la “Nuova Roma”, Costantinopoli, era destinata a sopravvivere ancora più di mille anni e il museo successivo ci offrirà la possibilità di conoscerne meglio la società e la cultura.

E anche nel millennio successivo Salonicco sarebbe stata un’importante pedina in quel “grande gioco”, espressione che prendiamo in prestito dalla grande opera di Peter Hopkirk , che ben si adatta a darci un’idea di quel periodo che noi chiamiamo Medioevo.

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Per le ultime due foto ringrazio l’amica e collega Maria Pina Garaguso.

Gianmarco Gastone

Sebastiano Faccinotti e la nascita dell’arte tipografica ad Alba

Mostra bibliografica
6 dicembre 2014 – 24 gennaio 2015

La Biblioteca di Alba organizza una mostra dedicata alla storia della stampa albese dalle origini fino al secolo XIX, riletta alla luce diuntitled alcune nuove scoperte.
Fino a questo momento, infatti, non si avevano documenti che attestassero con certezza l’attività di una tipografia nella nostra città prima del 1769, anno in cui Francesco Antonio Pila, originario di Racconigi, vi trasferì la propria attività. Anteriormente a quella data i committenti locali si erano sempre rivolti altrove, in particolare ai laboratori attivi nelle città di Cuneo, Mondovì, Saluzzo, Asti, Carmagnola e Torino.
Il ritrovamento presso la Biblioteca Casanatense di Roma della Vita della Beata Margarita di Savoia di Serafino Razzi, pubblicata ad Alba nel 1623 da Sebastiano Faccinotti, apre nuove prospettive di studio.
La mostra, attraverso l’esposizione di volumi appartenenti a istituzioni e a collezionisti privati, vuole far conoscere ai cittadini albesi l’opera del Faccinotti, dando conto anche delle successive attività tipografiche locali. Allo stesso tempo, si vuole stimolare la ricerca degli studiosi per meglio comprendere la vita culturale della città in quel periodo storico.

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6 dicembre 2014 – 24 gennaio 2015
Sebastiano Faccinotti e la nascita dell’arte tipografica ad Alba
Biblioteca civica “Giovanni Ferrero”

Via Vittorio Emanuele II, 19 – Alba

Dal martedì al venerdì (9.00-12.30 e 14.00-18.00)
Sabato (9.00-12.30 e 14.30-18.00)
Chiuso domenica e lunedì

Ingresso libero

Presto si potranno visitare le mura di cinta e le gallerie-magazzino di Alba Pompeia

Estate 2014: si recupera e valorizza il Complesso delle Antiche Mura.

Un altro angolo della romana città di Alba Pompeia si svela in tutta la sua bellezza e importanza e gli itinerari di Alba Sotterranea si arricchiscono di una nuova, suggestiva tappa che riserverà al visitatore l’emozione di camminare dentro un edificio romano.

Il quotidiano La Stampa il 19 agosto ha riservato un ampio spazio per l’approfondimento della notizia

Per scaricare l’articolo in formato pdf clicca qui: La stampa_19_8_2014

La stampa_19_8_2014

 

 

Il Diario del naturalista alle Antille (francesi)

Agosto – settembre 2013, Pointe-à-Pitrebruco2

Il Diario del Naturalista alle Antille è scritto da Luca Pellegrino: nell’estate del 2013 ha collaborato con Ambiente & Cultura per il riordino della sezione di Antropologia fisica del museo Eusebio di Alba, curata dal conservatore prof. Ezio Fulcheri e costituita da oltre 300 sepolture di epoca preistorica, romana e medievale.

Il 26 agosto è partito per il suo progetto di studio universitario Erasmus alle Antille francesi.

Arrivo e sistemazione…

Arriviamo a Pointe-à-Pitre alle 17.40, dopo un volo di circa 8 ore partito da Parigi. Fa già buio. Caldo e umidità: la stagione delle piogge (ou si vous preféréz: “hivernage”) ci riserva il suo benvenuto; per chi arriva da Parigi, che in questi giorni era abbastanza fresca, è una bella batosta. Cerco, insieme ai miei due compagni di viaggio (Emiliano e Paolo, un naturalista e un geologo), un taxi che ci porti al Campus de Fouillole: lo si trova in fretta, si contratta il prezzo e si parte, abbastanza spediti per potersi godere un po’ d’aria coi finestrini aperti. Lungo il tragitto autostradale un traffico inatteso, cartelloni pubblicitari in francese e in creolo, un grande ipermercato di una catena francese che ormai in Italia sta sbancando… La sensazione è strana: non siamo in Europa, l’ambiente naturale, il clima, ci raccontano una storia completamente diversa, ma le grandi catene transnazionali sono sempre le stesse e, ora come ora, per quello che vedo, potrei dire di trovarmi ancora nel Vecchio Continente, in una serata particolarmente afosa.

università

Il canto, assordante, continuo, acutissimo, di uccelli ed insetti notturni, fa da cornice sonora a questa scenetta tragicomica: 3 italiani che grondano sudore, con questi enormi trolley appresso, che si trascinano per una salita e si guardano in faccia come per dire “ma dove accidenti stiamo andando?!?”. Sembra quasi una barzelletta, manca solo il bontempone che spunta da dietro un albero a farci “buh!” e noi che gettiamo i bagagli a terra e ce la diamo a gambe. Diplopodi e gasteropodi polmonati ci fanno compagnia… Il Campus ci appare immenso, non sappiamo veramente dove andare…

Per farla breve, a furia di vagare in cerca di aiuto, lo troviamo: due ragazzi, gentilissimi e molto pazienti, ci danno una mano a trovare il portinaio, un signore con gli occhialetti, torso nudo e pantaloncini che non sembra per niente stupito di vederci. Ci fornisce finalmente le chiavi delle stanze: la mia è al 10° piano della “tour” la torre che sovrasta il Campus. Tempo di mettere a posto i bagagli, cambiarci e pensiamo subito a mangiare qualcosa. Per raggiungere il chiosco dei panini (ahimè con niente di così tipico all’interno), ci prendiamo una bella lavata: 5 minuti di pioggia intensissima, una doccia insomma. Hivernage mesdames et messieurs, hivernage…

Dormito bene, stranamente: temevo un brutto impatto con le nottate antillesi, che, forse perché la mia stanza è al 10° piano, sono invece piuttosto ventilate.

Insomma, sono qui da una ventina di giorni: ho visto qualcosa (pochissimo) di Grande Terre, l’isola calcarea, e ancora meno della mia meta prediletta, la foresta di Basse Terre, l’isola vulcanica dominata dal vulcano La Soufrière (1464 m). Spostarsi in macchina è purtroppo l’unico modo per vedere qualcosa di interessante (ma che dico, entusiasmante!) dal punto di vista naturalistico, come questo scorcio di foresta, nei pressi di les Mamelles, proprio al centro del Parc National de la Guadaloupe (uno dei 9 parchi nazionali francesi, istituito nel 1960).

foresta

 

La botanica è per ora l’aspetto naturalistico che mi impegna maggiormente, se non altro perché ho modo di cimentarmi di continuo col riconoscimento di alberi e arbusti, anche solo andando a fare la spesa al mercato di Pointe-à-Pitre (la città principale). Rimango stupito ogni volta che sul ciglio della strada trovo banani (Musa spp.) e alberi del pane (Artocarpus altilis), abituato come sono a vedere quotidianamente tigli e platani lungo i viali di Torino… Devo ammettere che la mia già scarsa preparazione in botanica sistematica può tranquillamente andare a farsi friggere. In ogni caso, sono riuscito a metter le mani su un testo di botanica locale nell’attrezzatissima biblioteca universitaria e prometto di tirare giù due righe per far contenti i sistematici più incalliti. Non temete, il tempo della nomenclatura binomia è prossimo!

Non posso non citare la bestiola che mi ha colpito maggiormente durante questo primo periodo, forse per i colori, forsebruco perché ne ho viste a decine insidiare i cespugli antistanti il supermercato nei pressi del campus, sempre sulla stessa pianta: ecco a voi Pseudosphinx tetrio, un lepidottero appartenente alla famiglia Sphingidae. Questa nella foto è la sua forma giovanile, un bruco di una decina di centimetri di lunghezza, dai colori sgargianti, aposematici: si nutre delle foglie, contenenti composti fitochimici tossici, di piante appartenenti alla famiglia delle Apocinaceae, come appunto l’Allamanda cathartica (spero di averla azzeccata…) che vedete nella foto.

Il risultato di questa grande abbuffata è duplice:

l’arbusto viene praticamente defogliato, e il bruco si trasforma in un

bruco2manicaretto piuttosto indigesto. I bruchi sono inoltre attrezzati con setole irritanti e mandibole in grado di lasciare qualche spiacevole ricordo ai predatori più ostinati…

Vi lascio con un breve scorcio del marché di Pointe-à-Pitre: se come me amate i mercati chiassosi e colorati, vi assicuro che questo è un posticino da intenditori…

Insomma, da vedere, studiare (e assaggiare!) c’è parecchio qui a Gwada, anche solo a due passi da “casa”. È tutto per ora, vi tengo aggiornati, passo e chiudo!

A bientôt!

 

Intervista ad Edmondo Bonelli, scopritore della Balenottera di Alba e del Proboscidato di Verduno.

 Di seguito l’intervista al dott. Edmondo Bonelli, autore dei clamorosi ritrovamenti fossili della balenottera di Alba e del Proboscidato di Verduno, esposti nella mostra  “I tesori del Tanaro”, prorogata fino al 31 maggio.

Il dott. Edmondo Bonelli sarà presente all’ “Aperitivo col fossile in museo”, momento conviviale durante il quale il paleontologo racconterà ai presenti le vicende che hanno portato al rinvenimento di questi due clamorosi reperti.

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Per iniziare, com’è nata la passione per la paleontologia?

Sono nato a Cuneo trentuno anni fa, diplomato alla scuola Enologica di Alba e laureato in Scienze Naturali, da sempre vivo una forte passione per l’ambiente naturale in tutte le sue espressioni, sopratutto botanica e geologia . Fin da bambino  mi è stato insegnato ad osservare con curiosità quello che dopo avrei imparato chiamarsi ecosistema, e da allora è diventata quasi una filosofia di vita, intrecciando questa inclinazione con le nozioni scientifiche. Oggi il mio lavoro principale è il consulente agronomico, mantenendo parallelamente l’attività di ricerca in campo paleontologico e botanico.

 Camminare lungo le rive del fiume, alla ricerca di fossili. Per te che significa “andare al fiume”? e da quando dedichi il tuo tempo a questa ricerca?

Gli ambienti acquatici mi hanno sempre affascinato e la pesca è una delle mie troppe passioni…Da piccolo d’estate ero spessissimo al fiume a pescare e quando anni dopo la paleontologia si è fatta cosa seria sono tornato nelle zone dove ricordavo che il “tov” si presentava diverso dal solito. L’amicizia con Oreste Cavallo, conservatore onorario delle sezioni naturalistiche del Civico Museo “F.Eusebio”, che prima di me ha fatto tanta ricerca in zona, ha completato la conoscenza della zona 

La balenottera di Alba, il Proboscidato di Verduno… quali altri rinvenimenti il fiume ha restituito, oltre ai “due big”?

dodo2Sono numerosi i reperti rinvenuti in zona. Nell’area dove giaceva il proboscidato ho raccolto molto materiale appartenente ad animali terrestri che ricordano una fauna assimilabile a quella di una savana umida con tigri dai denti a sciabola, iene, rinoceronti, piccole antilopi…ad oggi sono circa una trentina le specie identificate e lo studio del materiale è ancora in corso, arriveranno delle sorprese. Invece verso valle, nella zona della balenottera abbiamo insieme ad Oreste trovato molti pesci marini, di cui una bella selezione è oggi esposta in museo. Singoli ritrovamenti non inerenti alle due aree di scavo comprendono due vertebre di delfinide e alcuni denti di squalo.

Come sono avvenuti i due ritrovamenti più clamorosi?

Quando si tratta di un ritrovamento sono sempre tante le componenti che ne determinano l’accadimento, fortuna compresa! In entrambi i casi stavo “battendo” le due zone perchè appunto da piccolo ricordavo che in quei punti le rocce affioranti erano diverse dal solito. Ho così trovato un affioramento di suoli fossili paludosi, nel caso del proboscidato, e di marne laminate di fondale anossico per la balenottera. Constatata la potenzialità di entrambi i punti ho iniziato una serie di visite a cadenza settimanale che hanno da subito fruttato i primi ritrovamenti di dimensione minore, per poi regalarmi due emozioni che non scorderò.

Nell’estate del 2012 il sito di rinvenimento del proboscidato di Verduno è stato compromesso irreparabilmente da lavori di movimentazione terra non autorizzati, prima che l’Università di Torino e il museo Eusebio di Alba potessero terminare le operazioni di recupero dei resti. Qual è la tua riflessioni a riguardo? Ci sono in cantiere iniziative future?

Il brutto episodio avvenuto prima della ripresa degli scavi ha lasciato tutti a bocca aperta. In primo luogo devo constatare l’incredibile approssimazione con cui questa impresa ha gestito i lavori, oltre al danno irreparabile al reperto. Non credo che la struttura resisterà per più di dieci anni. Dopodichè intervengono numerosi interrogativi e altrettante riflessioni. Si poteva evitare? Chi ha gestito lo scavo ha fatto tutto quello che poteva? Poteva farlo meglio? A mio avviso non si possono addossare troppe responsabilità a chi ha condotto gli scavi perchè le difficoltà sono state tantissime e i mezzi molto limitati, certo col senno di poi tutto si poteva fare diversamente, ma nulla era semplice in quella situazione. L’accaduto però ha prodotto una consapevolezza chiara: la zona è troppo importante da ogni punto di vista e va gestita e tutelata in modo diverso e più concreto. La tutela va affidata a enti e persone presenti sul territorio, non gestita da lontano. Inoltre col proseguire degli studi l’importanza di questo giacimento si sta rivelando in modo sempre più notevole, quindi è necessario valorizzare luogo e reperti rivolgendosi al pubblico e non solo degli addetti del settore. In cantiere ci sono diverse iniziative concrete in questa direzione.

a cura di Marco Mozzone

Intervista a Davide D’Angelo, autore della mostra “Tanaro. Il fiume dei vini”

Per soddisfare alcune curiosità riguardanti Davide D’Angelo, autore della mostra fotografica “Tanaro. Il fiume dei vini”, e la sua particolarissima tecnica fotografica, vi proponiamo un’intervista al fotografo  nella quale vengono raccolte e raccontate le impressioni e le passioni che hanno portato il fotografo a narrare il fiume Tanaro attraverso gli scatti di una macchina fotografica.

La mostra verrà inaugurata sabato 13 aprile alle ore 17.00 e sarà visitabile fino al 5 maggio, neglio orari di visita del Civico Museo “F.Eusebio”.

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A seguire, l’aperitivo con il fossile in museo,l’  aperitivo divulgativo sarà condotto dal dott. Edmondo Bonelli, ricercatore del museo Eusebio e scopritore dei fossili della balenottera di Alba e del mastodonte di Verduno, esposti nella mostra I tesori del Tanaro

La mostra fotografica “Tanaro. Il fiume dei vini”, segue a stretto giro il suo precedente lavoro “Cieli e Paesi di Langa e Roero”, che è stato allestito in più sedi. Iniziamo  di qui, può spiegarci la genesi e la storia di questa mostra dedicata ai paesaggi delle nostre colline?

Tre anni fa circa, venivo sovente ad Alba per motivi non strettamente legati alla fotografia. Naturalmente ero particolarmente attratto da questi splendidi paesaggi e da fotografo cercavo continuamente di comprenderne forme  e colori al mutare della luce e delle stagioni.

In quello stesso periodo stavo iniziando a sperimentare, quasi per gioco, la tecnica di ripresa all’infrarosso e quindi decisi di fare qualche scatto di prova proprio qui nelle Langhe. Inutile dirlo, è stato amore a prima vista. Per più di un anno ho cercato di approfondire e affinare la tecnica e alla fine del 2011 decisi di affrontare il mio progetto “Langhe” seguendo un percorso preciso. Una sera trovai quasi per caso su internet la “Strada Romantica delle Langhe e del Roero”, il giorno dopo cominciava la mia avventura che mi ha portato sino a qui ed ora continua…..

Passando al punto di vista “tecnico”, ci svela qualche segreto della tecnologia  fotografica degli scatti all’infrarosso?

Ciò che mi ha subito affascinato di questa tecnica è il fatto di riuscire a vedere il mondo sotto un’ “altra luce”. Questa metafora diventa realtà grazie alla fotografia all’infrarosso: significa riprendere ciò che i nostri occhi non ci permettono di vedere. Non vi sono particolari segreti per fotografare con questa tecnica, ma come sempre, bisogna familiarizzare con essa. Si impara a vedere con l’occhio della mente, cioè,  con la pratica, si riesce a visualizzare anticipatamente l’effetto finale.

E’ una tecnica che può utilizzare chiunque,basta anteporre all’obbiettivo della macchina fotografica un filtro particolare.   Anche se, personalmente utilizzo due corpi macchina appositamente modificati per questo tipo di fotografia ed ad essa interamente dedicati.

Poi c’è tutto il discorso di post produzione e qui si apre un mondo…. La tecnica di post produzione fa la differenza ed aiuta a “tirare fuori” tutta la bellezza dell’immagine. Mai comunque ho effettuato dei ritocchi che potessero in qualche modo stravolgere la realtà, se non riesco ad ottenere ciò che voglio con la macchina fotografica, piuttosto non scatto e rinuncio all’immagine!

La fotografia, oltre che tecnica, è linguaggio e arte. Quale è il rapporto tra linea e colore nella composizione di un paesaggio, e come interpreta questo rapporto il suo particolare stile di scatto?

Più che di linea parlerei di forme, cioè quell’insieme di linee chiuse che creano i volumi attraverso i giochi di luce ed ombre. I colori diventano gli elementi che accentuano e distinguono i volumi. Ma come dimostra la fotografia in bianco e nero, essi non sono sempre indispensabili e ciò è maggiormente vero in certe immagini. Il fotografo deve in ogni caso cercare di trasmettere non solo ciò che ha visto, ma soprattutto la percezione che ha ricevuto dal soggetto fotografato, sia esso un paesaggio od un volto. Nelle mie immagini il colore sparisce del tutto, anche in fase di ripresa, poiché i file che mi restituiscono la macchina fotografica sono in realtà completamente rossi. Quindi tutto è affidato alla mia percezione della luce e di come essa interagisce con i volumi. Le mie migliori foto sono quelle scattate istintivamente, quelle colte con la coda dell’occhio, proprio perchè è la luce che attira la mia attenzione.

Infine, la mostra che sarà inaugurata il 13 aprile alle ore 17.00 presso il museo civico F. Eusebio di Alba (CN): Qual è stata l’intenzione prima che l’ha spinta a questo nuovo progetto? I paesaggi delle rive del Tanaro l’hanno sorpresa, si sono rilevati una sfida  impegnativa? Che cosa l’ha colpita maggiormente?

Personalmente ho un rapporto molto stretto con l’acqua, infatti sono anche un fotografo subacqueo. Con la fotografia all’infrarosso l’acqua diventa molto scura nell’immagine finale. Diventa così elemento di forte contrasto quando nelle immediate vicinanze vi è della vegetazione, che al contrario risulta essere quasi completamente bianca, come ammantata di neve. Il fiume diventa un ambiente ideale per far risaltare questi giochi di luce così forti.

Il Tanaro, inoltre, assume un’importanza particolare nel paesaggio delle Langhe e del Roero. Esso si addentra quasi a fatica tra queste colline, con le sue numerose anse, curve ed il suo percorso tortuoso, scavando e modellando continuamente il territorio. Quindi ha attirato sin da subito la mia curiosità. Ammetto anche che è un ottimo alibi che mi consente di venire con continuità in questa terra meravigliosa. Ma al tempo stesso fotografare il Tanaro è una sfida molto impegnativa. Innanzi tutto ho avuto l’opportunità di effettuare le immagini del fiume quasi esclusivamente nel periodo invernale.

Ho iniziato a lavorare su questo progetto con assiduità da fine settembre, quindi le immagini che presento in questa mostra riguardano principalmente questo periodo. Non sempre gli accessi al fiume sono semplici e soprattutto ho cercato sempre di riprendere le parti meno antropizzate di esso. Cerco di restituire l’immagine di un fiume che scorre in una terra dove la natura fa il suo corso e l’influenza dell’uomo è molto limitata. Ciò è decisamente vero, purtroppo, solo nelle immediate vicinanze dal fiume, oserei dire a pochi metri da esso. Ma è proprio in questi pochi metri che ho scoperto la forza incredibile della natura!

Mi è difficile descrivere la sensazione di calma e serenità che questo fiume riesce a trasmettermi. Nei suoi silenzi, rotti solo dallo scrosciare delle acque e dal richiamo degli uccelli che su di esso vivono, riesco a vivere una intima e solitaria libertà che mi allontana da tutti i problemi del quotidiano. Mi permette di vedere la luce, le forme i riflessi che si creano nell’acqua e la voglia di fotografare, la voglia di fermare il tempo, di riassumerlo in una frazione di secondo…. esplode!

a cura di Marco Mozzone